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Chiesa Prepositurale - Interno |
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Chiesa Prepositurale
Cappella della Pietà |
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Chiesa Prepositurale
Cappella della Pietà
Paliotto dell’altare (G. B. Canina) |
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Chiesa Prepositurale
Cappella dell’Annunciata o di S. Biagio |
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Chiesa Prepositurale
Altare Maggiore (G. Quarenghi) |
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Chiesa Prepositurale
Presbiterio – Martirio di S. Giacomo (P. Loverini) |
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Chiesa Prepositurale
Presbiterio – Morte di S. Giuseppe (P. Loverini) |
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Chiesa Prepositurale
Cappella della SS. Trinità – SS. Trinità (C. Malagavazzo) |
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Chiesa Prepositurale
Cappella dell’Immacolata |
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Chiesa Prepositurale
Cappella dell’Immacolata
L’Immacolata (Palma il Giovane) |
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Chiesa Prepositurale
Cappella dei Morti o del Suffragio |
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Chiesa Prepositurale
Presbiterio
Organo (Ditta Bossi) |
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Chiesa Prepositurale
Volta della navata
L’Assunzione di Maria al cielo (P. Loverini) |
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Originariamente nella chiesetta della Rocca dove rimane sino alla fine del settecento, il dipinto viene commissionato da Scipione Benzoni, Podestà e Provveditore di Romano che si fa ritrarre nell'opera insieme alla moglie. Con la presenza dei coniugi Benzoni, la tela diviene espressivo documento per la storia politica di Romano, la storia del costume, la ritrattistica del Cinquecento, avendo ruolo anche per particolari ambiti d’interesse come l'araldica che studia gli stemmi familiari e la loro origine: ai piedi dei due committenti si vedono quelli delle famiglie dei committenti. Nella quarta cappella di sinistra intitolata al Corpus Domini, la chiesa conserva l'opera di maggior rilievo. Giovan Battista Moroni di Albino (1520 - 1578), protagonista della ritrattistica lombarda nella seconda metà del Cinquecento e insieme sensibile interprete della religiosità del suo tempo, realizza, su commissione della Confraternita del S.S. Sacramento tra il 1565 ed il 1569 l'Ultima Cena. La qualità della rappresentazione ne fa una straordinaria occasione di richiamo per il visitatore.
Originale è il taglio compositivo, con le realistiche figure dei quattro apostoli che rivolgono le spalle allo spettatore, pausa visiva che concentra l'attenzione sulla figura del coppiere, nella quale tradizione suggerisce di identificare l'autoritratto di Moroni. Efficace e all'altezza della gran ritrattistica moroniana, questo personaggio è da mettere più opportunamente in relazione con il parroco del periodo. A definire la qualità complessiva del dipinto concorrono anche altri elementi apparentemente di secondaria importanza come la preziosa natura morta disposta sulla tovaglia bianca, la cristallina trasparenza della bottiglia colma di vino sorretta dal coppiere, l'uso particolare di colori chiari e cangianti, la rigorosa costruzione prospettica dello spazio - si noti l'accensione del muro grigio sulla destra attraverso l'efficace inserto dell'inferriata rossa - nel quale è ambientata la scena.
Anche il Seicento ha intense testimonianze come la bella prova del veneziano Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (1544-1628) nella seconda cappella di destra intitolata all'Immacolata. Anche in quest'opera il soggetto sacro si sposa al ritratto: in una mandorla di luce appare l'Immacolata, attorniata dai Santi Marco e Francesco, ai quali era pure dedicato l'altare originario, che intercedono per i committenti rappresentati a mezzo busto.
Alla generosità d’Agostino e Bernardino Agazzi, ritratti nel dipinto, si devono la costruzione e l'ornamento dell'altare nella vecchia chiesa. Esponenti di una facoltosa famiglia di mercanti originaria di Romano, a Venezia intrattengono vantaggiosi rapporti commerciali con l'Oriente. Non si scordano gli Agazzi della terra d'origine, testimoniando la loro devozione con la commissione di un importante dipinto per la parrocchiale di Romano ad una delle personalità artistiche di maggiore spicco del primo Seicento. La tela realizzata dal Palma entro il 1620, al culmine di una prodigiosa vita creativa che lo aveva portato ad operare anche nel monumento civile per eccellenza della città lagunare, il Palazzo Ducale, è una delle prime rappresentazioni del dogma dell'Immacolata Concezione. Inquadrata nel paesaggio che si squarcia tra le figure dei committenti, la Rocca di Romano simbolo storico del paese è prova della precisa volontà di legare nell'opera la memoria del luogo, la vicenda personale e la devozione dei committenti.
Meritano qualche attenzione anche altre manifestazioni artistiche, specialità nelle quali il territorio bergamasco ha offerto nei secoli progettisti e maestranze di prima grandezza. La famiglia Caniana originaria di Romano ha il suo rappresentante illustre in Giovan Battista (1671-1754), di cui è nota la principale attività d’architetto, svolta con prestigio anche a Bergamo con la sua partecipazione alla progettazione della Fiera.
Nella migliore tradizione si colloca la giovanile ma già abile prova ad intarsio da lui lasciata (secondo altare a sinistra) nel paliotto all'altare della Pietà con la crocifissione del 1697, derivazione in controparte della celebre opera dipinta dal maestro veneziano del Cinquecento Jacopo Robusti detto il Tintoretto per la scuola di San Rocco a Venezia.
La progettazione del Caniana, prefigurando le brillanti espansioni del seguito della sua attività, abbraccia la soluzione dell'intero altare destinato ad accogliere il paliotto intarsiato.
La radicale trasformazione della chiesa, per opera di Giovan Battista Caniana impegna la comunità di Romano per cinquant'anni. Insieme alla redistribuzione dei dipinti ai neoedificati altari si diede impulso alla realizzazione di nuove opere. S’impegnarono nella maggior parte dei casi artisti presenti nell'area lombarda e veneta, con un indicativo ritorno di personalità d’origine bergamasca che alla fine del secolo si erano segnalati per l'alta qualità delle loro prestazioni.
Gli interventi che riqualificano il nuovo spazio consistono nella costruzione del coro ligneo commissionato nel 1797 a Francesco Caniana (1743-1813) e dell'altare maggiore progettato alla metà degli anni '90 da Giacomo Quarenghi (1744-1817). Francesco Caniana, appartenente alla famiglia di architetti e intarsiatori, originaria di Romano trasferitasi ad Alzano per il forte impegno assunto nelle sacrestie della basilica di San Martino, concluderà l'impresa del prezioso coro ligneo tra qualche difficoltà solo nei primi anni dell'800 per incomprensioni sorte in merito ai tempi di consegna.
Al suo giovanile impegno capace di far tesoro della solida tradizione famigliare radicata in oltre un secolo d’intensa attività, si deve la ricostruzione dell'altare dell'Immacolata, edificato nel 1776 per ospitare la tela del Palma.
L'architetto bergamasco, Giacomo Quarenghi, nonostante l'eccezionale impegno internazionale che lo vede da diversi anni a Pietroburgo nella qualità di architetto della corte imperiale russa, progetta l'altare maggiore del principale edificio religioso di Romano, fedelmente realizzato nel rispetto del disegno quarenghiano da Pier Giacomo Manni.
Successivi alla nuova edificazione della chiesa si devono ancora ricordare gli interventi di due non trascurabili testimoni della pittura settecentesca.
Si tratta dell’artista cremasco Mauro Picenardi (1734-1804) che dipinge l'aggraziata e pittoricamente libera Annunciazione per l'altare di S. Biagio nella terza cappella di sinistra, al quale si devono anche le due tele rispettivamente con il santo titolare e San Giuseppe.
Nella cappella del Suffragio, la prima di sinistra, l’opera di Francesco Capella (1711-1784), largamente attivo nel territorio bergamasco, ben illustra le peculiarità della pittura lagunare. Il taglio diagonale della composizione che fa perno sul corpo della croce, il naturale disporsi delle figure secondo un effetto rotatorio, la generale disposizione spaziale che chiama lo sguardo dal basso verso l'alto danno conto del sapiente virtuosismo illuministico che nella grande decorazione di Giovan Battista Tiepolo ha il suo modello più illustre.
Scarse possono invece dirsi nella chiesa le testimonianze artistiche dell'Ottocento e Novecento. Tratto comune alle rare presenze è che si tratta di maestri con ruoli di responsabilità all'Accademia Carrara, l'importante istituto di formazione artistica voluto a Bergamo alla fine del Settecento dal conte Giacomo Carrara.
Giacomo Bianconi viene incaricato nel 1807 della progettazione di due pulpiti gemelli sopra gli ingressi laterali della parrocchiale, in realtà realizzati solo all'Accademia Carrara. A Elia Simeone spetta invece la soluzione delle porte a bussola per l'ingresso della chiesa. Ben due direttori dell'Accademia Carrara verranno chiamati nel corso degli anni ad operare per la parrocchiale dell'Assunta: Enrico Scuri (1806-1884) a restaurare i settecenteschi affreschi della cupola e Ponziano Loverini (1845-1929) ad illustrare la volta della navata con Storie della vita di Maria incarico portato a compimento nel 1910 con la realizzazione di quattro medaglioni a fresco.
Al maestro spettano le monumentali tele saldamente ancorate alla tradizione pittorica ottocentesca con il transito di S. Giuseppe e il martirio di S. Giacomo Apostolo collocate nel coro nel 1903. La chiesa veniva sottoposta ad un radicale restauro nel primo decennio del '900 sotto la direzione di Elia Fornoni (1847-1925).
BASILICA DI S. DEFENDENTE
L'inizio della costruzione risale all'anno 1503: la chiesa è ad unica navata coperta da una grande volta a botte, priva di tiranti interni ma racchiusa mediante contrafforti tra le costruzioni adiacenti.
In origine aveva solamente quattro altari laterali entro cappelle rettangolari poco profonde: le ultime due infatti fungevano da improprio transetto. Ma già nel 1577 anche queste furono concesse alle Confraternite delle SS. Trinità del SS. Rosario per erigere il proprio altare in corrispondenza delle rispettive sedi. Il presbiterio in origine era di tipo tradizionale, poco profondo, limitato com'era dalla necessità di rispettare la strada di camminamento interno alle mura del borgo. Il presbiterio attuale - allungato singolarmente fin sopra le antiche mura medioevali mediante un'alta scalinata monumentale - ha consentito il mantenimento della sottostante strada di camminamento militare; fu costruito dal 1642 al 1644 su progetto dell'architetto romanese Gio Antonio Rossi Polissena.
Altre due opere invece hanno inciso negativamente sull'equilibrio dell'importante architettura cinquecentesca: nell'anno 1908 (progetto dell'ing. Elia Fornoni) il pronao e la nuova facciata che hanno inglobato il portale marmoreo del 1610, e soprattutto la navata laterale verso il lato settentrionale realizzata nel 1940 su progetto dell'architetto Barboglio. La navata laterale sinistra doveva essere - in base ad un progetto mai interamente compiuto - la premessa ad una simmetrica navata laterale destra che si poteva realizzare distruggendo la vecchia sagrestia seicentesca e la soprastante sede della Confraternita del SS. Sacramento.
Per la costruzione della navatella settentrionale comunque, è stato demolito il presbiterio della chiesa di San Luigi Gonzaga e delle Congregazioni Maschili (da allora ridotta in deposito) e la grande sala della Confraternita della SS. Trinità, edificata nell'anno1602. Di questa si è conservata solamente la campata più interna con il coretto ligneo settecentesco.
Anche in queste chiesa le opere d'arte sono di grande interesse.
Dopo modesti incarichi, Aurelio Gatti (1556-1602), figlio di Bernardino, alla fine degli anni Ottanta ebbe l'incarico del grande Trittico per l'altare del Crocifisso nella prima cappella di sinistra della chiesa di San Defendente. Provvedono a sostenere la monumentale impresa, insieme alla comunità del borgo, i Suardi, facoltosa famiglia di mercanti di Romano. I quattro fratelli Suardi, Gianandrea, Giambattista, Lauro e Ludovico, si fanno ritrarre da Aurelio Gatti devotamente inginocchiati sotto la protezione di S. Defendente, venerato titolare della chiesa e patrono di Romano
Se l'impotenza del trittico coronato dalla monumentale lunetta con l'Incoronazione della Vergine compensa la genericità dei valori stilistici, i ritratti degli esponenti della famiglia Suardi sono testimoni, nel loro acuto realismo, dell'ottima tradizione lombarda in questo specifico genere d'arte.
A seguito del probabile successo riscosso dal trittico, Aurelio Gatti riceve nel 1590 l'incarico di dipingere anche la pala dell'altare maggiore che, nell'illustrare la salvifica apparizione di S. Defendente agli appestati fuori le mura di Romano, offre una fedele immagine del borgo così come si presentava sullo scorcio del Cinquecento con la cinta murata, la rocca e la trecentesca parrocchiale. Di sicuro spessore risulta l'intervento di Enea Salmeggia (1565-1626) che, all'altare della SS. Trinità, nella terza cappella a sinistra, lascia nel 1606 la colta pala che affronta il dogma trinitario. Il dipinto viene commissionato dai disciplini della omonima confraternita che all'inizio del Seicento in soli due anni avevano fatto costruire il grande oratorio intitolato alla SS. Trinità.
Al culto di S. Carlo Borromeo anche la chiesa di S. Defendente dedica un altare, nella prima cappella di destra, intitolato alla Dottrina cristiana completato nel fastigio della monumentale lunetta con Disputa di Gesù fra i dottori opera assegnata alla giovanile attività del gesuita di origine trentina Andrea Pozzo (1642-1709). L'importante dipinto modula la composizione su accentuati contrasti di luce più che annunciare il gusto per una definizione illusoria dello spazio che diverrà il tratto peculiare della successiva produzione romana del Pozzo.
Il napoletano Pietro Mango, attivo alla corte di Mantova, ha lasciato due grandi tele alle pareti laterali dell'antipresbiterio della chiesa.
Della fine del Settecento sono infine gli affreschi della navata centrale con Storie della vita di S. Defendente, opera di Filippo Comerio (1747-1827) cui si deve anche la pala con San Carlo che insegna ai fanciulli posta all'altare intitolato alla Dottrina Cristiana.
Particolarmente ampio risulta l'impegno del Comerio nella chiesa di Romano se si considera l'intera decorazione della volta della navata maggiore e del presbiterio, nella quale si dispiega un articolato sistema a grandi medaglie di diversa conformazione, illustranti le storie della vita del santo titolare, connesse tra loro da finte modanature, cornici, rosoni e ornati simbolici. La fitta decorazione trae respiro dalla vivacità dei colori e dal disteso passo narrativo che il Comerio sa imprimere alla composizione.
CHIESA DELLA BEATA VERGINE DI LOURDES
È una chiesa recente, parallela alle altre due già descritte e racchiusa tra la contrada dell'antico Ospedale e la piazzetta S. Defendente (nel cinquecento questa piazzetta era usata per il gioco del pallone, fino il 1614 allorché un'ordinanza podestarile vietò tale antica consuetudine). L'architettura neogotica lombarda è stata realizzata nell'anno 1906 su progetto dell'ing. Elia Fornoni.
La chiesa, detta anche chiesa delle Congregazioni Femminili, ha tre navate con velette a crociera su piloni polilobati; il presbiterio è poligonale. Poche sono le opere in questa chiesa per le cui decorazione Elia Fornoni coinvolse artisti bergamaschi come Giovan Battista Galizzi (1882-1936); sua la lunetta iscritta nella parte superiore del portale d'ingresso. D'altra parte vengono riutilizzati nella chiesa arredi già realizzati per altri luoghi di culto come la serie di tele di origine settecentesca che provengono dall'Oratorio della Confraternita del S.S. Sacramento.
L'opera senz'altro più importante della chiesa è la scultura in legno con il Cristo Crocifisso, proveniente dall'Oratorio della SS. Trinità commissionato a Giovan Battista Caniana che provvide a preparare la croce processionale nel 1700 perché venisse portata in pellegrinaggio a Roma in occasione delle celebrazioni per l'anno santo. Per la figura del Cristo vivo è stata formulata la credibile ipotesi si tratti di un'opera di Andrea Fantoni (1659-1734) che l'avrebbe eseguita su commissione dello stesso Giovan Battista Caniana, autore della croce intarsiata.
IL BORGO SERIO
Fin dai primi anni del secolo XV Romano incominciò ad espandersi oltre le mura medioevali, all'esterno delle porte orientale e meridionale. Furono dapprima costruiti i mulini, e dopo di loro le concerie ("confetaria de pelami") ed il maglio del ferro. Nacquero così nel volgere di un secolo, veri borghi esterni alle mura, con proprie fortificazioni e porte di accesso con funzioni difensive e daziare al tempo stesso.
Borgo Serio - esterno alla porta orientale - aveva predominante il senso dell'autonomia campanilistica, eleggeva un proprio "consiglio generale" deliberava le questioni più importanti per la vita del quartiere. Il suo nome gli deriva dalla presenza di un grande fossato, il "Serio morto". È un borgo lineare, disposto in una via interrotta da piazza centrale, per secoli usata come piazza d'armi; lungo il suo percorso si sviluppavano a cortina dapprima case e palazzi nobiliari, e verso l'esterno le più modeste case di contadini ed artigiani.
CHIESA DI S. DEFENDINO
Due erano le chiese del borgo: San Defendino, poco più di una modesta cappelletta affacciata al centro della piazza, di cui si ha notizia già nel quattrocento. Al centro della piazza è collocata una recente statua di Papa Giovanni XXIII, opera di Giancarlo Defendi.
CHIESA DELLA MADONNA DELLA NEVE ALLA BRADELLA
Chiesa della Beata Vergine di Loreto, più nota come Chiesa della Madonna della Neve alla Bradella. Fu edificata nel 1613 su progetto dell'arch. Gio Antonio Rossi Polissena, residente con la famiglia di costruttori nella piazza di Borgo Serio; l'architettura è tardo rinascimentale.
IL CIMITERO VECCHIO
All'esterno del limite meridionale del borgo sorge la cappella del Cimitero Vecchio, edificata nel 1761; è una cappella architettonicamente pensata come una chiesa a tre navate priva di copertura della navata centrale; la luce naturale penetra così nel vano con l'effetto di struggente gioia che si prova all'interno dei ruderi antichi. Le pareti laterali delle navatelle sono ricoperte da lapidi ottocentesche. Importanti gli affreschi alle pareti: 14 stazioni della Via Crucis e 4 episodi biblici alle pareti laterali ed una Trinità, Santi ed Anime Purganti sopra l'altare.
IL BORGO MERIDIONALE
CHIESA DELLA MADONNA DEL PONTE
Conosciuto come Portassòt ossia Porta di Sotto; era dal punto di vista ambientale un luogo di grande interesse, con mulini e bucoliche acque di fossato. Verso meridione, oltre la via Patrioti Romanesi, sorge una cappella dedicata alla Madonna del Ponte, modesta opera architettonica dell'arch. GIO. ANTONIO ROSSI POLISSENA (1627).
CHIESA DELLA MADONNA DELLA FONTANA
Architettonicamente è certamente ben più importante il santuario Madonna della Fontana, gioiello di arte e di fede, edificato dopo il 1606 in forme tardo-rinascimentali, con pianta ottagonale ad alto tiburio.
Nei decenni che seguirono la chiesa fu arricchita di stucchi decorativi e simbolici, opera di maestranze luganesi. Il campanile, già barocco nelle forme eleganti, fu costruito nel 1637, il pronao neorinascimentale (1905) è opera dell'ing. Carlo Manara. L'ottagono è il simbolo cosmico per eccellenza della divina sapienza, che il mondo cristiano ha identificato con Maria Vergine;la simbologia è accentuata dal colore bianco dell'interno (la luce dell'oriente), dalle velature di colore nei minuscoli sfondati dagli stucchi (i colori della veste simbolica della Sapienza) e dai temi iconografici mariani che spaziano dalle profezie vetero- testamentarie, fino alla fanciullezza di Gesù.
Le opere d'arte conservate nella chiesa così come i suoi ricchissimi decori confermano la profonda devozione che al santuario la comunità di Romano ha riservato nel corso del tempo.
L'immagine posta sull'altare maggiore della Vergine con il bambino e Sant' Antonio Abate, importante affresco di artista lombardo del primo Cinquecento, è l’icona per intercessione della quale la tradizione vuole si fosse miracolosamente salvato Nicolò Dolfini, gentiluomo di Romano, in viaggio con la famiglia verso Crema. Deve avere senz'altro contribuito a determinare la preminenza della collocazione la più che degna qualità dell'affresco, che rinvia ad una mano tutt'altro che modesta del Rinascimento lombardo. L'opera restaurata all'inizio del Seicento da Enea Salmeggia, vive in consonanza con un dipinto dell'artista bergamasco, autore di apprezzati dipinti per altri edifici di culto di Romano. Si tratta dell'olio, posto sopra l'affresco, con la Nascita della Vergine, datato dal Salmeggia 1600, periodo felicissimo di attività dell'artista, impegnato in incarichi di rilievo per le chiese ambrosiane tra i quali spicca quello per il Duomo di Milano.
La semplicità d'ambientazione della scena, il brano di natura morta sulla sinistra della composizione, e ancora i dichiarati riferimenti all'opera di noti maestri lombardi come Bernardino Luini, sono tutti elementi che individuano il profondo radicamento dell'opera di Salmeggia nella tradizione pittorica lombarda, alla quale l'artista veniva in primo luogo richiamato dalla condivisione dello stesso campo visivo con il sottostante affresco cinquecentesco.
Confermano la devozione mariana le due tele con l'Adorazione dei Magi e la Fuga in Egitto alle pareti laterali presbiterio ed i quattro dipinti con le storie della Vita di Maria posti in alternanza alle finestre nel tamburo della cupola, opere tutte di Giuseppe Prina, artista romanese, attivo a Bergamo ed in Valtellina nel corso del Settecento. Rispetto ai suoi cicli decorativi più maturi come la sontuosa decorazione ed affresco con architetture, figure e scene allegoriche realizzata per Palazzo Fogaccia a Clusone e la decorazione della cupola del Santuario della Vergine Assunta a Morbegno, l'intervento del Prina a Romano per la forte connotazione cinquecentesca dell'impianto, con tutta probabilità suggerito da una attenta valutazione dell'opera del Salmeggia, va ascritto ad un pericolo giovanile.
Merita infine particolare attenzione la ricchissima decorazione a stucco che ricopre l'aula dell'intera chiesa, compresa l'ancona dell'altare maggiore. Si tratta dell'opera di maestranze ticinesi, specializzate in questo genere di decoro, che nel Seicento e soprattutto nel secolo successivo ebbe grande diffusione in tutto il territorio bergamasco. Lavora a tutto campo nella Madonna della Fontana ai primi del settecento i luganesi Giovanni Maria Perotti. Con la sua bottega ornerà il Santuario attraverso un complesso e vivace sistema di stucchi che andando oltre ai tradizionali campiture a carattere decorativo introduce figure angeliche a grandezza naturale, secondo una modalità a basso rilievo tanto estrema da accostarsi alla scultura a tutto tondo, arte nella quale l'artista ticinese si applica con buoni risultati nelle statue dei profeti Davide, Isaia, Geremia e Zaccaria, poste in edicole alla base del tamburo della chiesa.
L'impresa decorativa, di grande impegno e da considerarsi eccezionale per fasto data anche la posizione decentrata del Santuario, individua un periodo di particolare benessere della comunità di Romano che nel corso del Settecento rinnovò profondamente ed in taluni casi radicalmente sia le strutture architettoniche, che gli ornamenti a decoro dei propri edifici per il culto.
CHIESA DI SAN GIUSEPPE, la più antica della città
Di notevole interesse è una chiesa campestre, a ponente del centro abitato: la più antica di Romano.
La chiesa di S. Giuseppe, fino all'Ottocento dedicata a S. Eusebio, era stata edificata in forme protoromaniche nell'alto medioevo per volontà dei Duchi di Romano lungo la via antica che attraversava la selva del Serio in direzione di Milano. La prima notizia risale al 1148; in quegli anni apparteneva ancora alla diocesi di Cremona. La chiesa ha alternato periodi di splendore a periodi di totale abbandono. Il suo recupero risale all'anno 1968 allorché la rovina sembrava ormai irreparabile, e gli affreschi cinquecenteschi erano stati furtivamente strappati. Sono rimasti pochi lacerti di affreschi devozionali cinquecenteschi, ombre di quello che fu un ciclo pittorico assai importante.
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Chiesa Prepositurale
Volta della navata
Chiamata di S. Giacomo (P. Loverini) |
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Chiesa Prepositurale
Volta della navata
La Dormizione di Maria (P. Loverini) |
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Chiesa Prepositurale
Volta del Presbiterio
S. Giacomo Maggiore Apostolo (L. Galizzi) |
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Chiesa Prepositurale
Volta della navata
Presentazione di Gesù al tempio (P. Loverini) |
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